Testi critici

BELLEZZA IN COSTRUZIONE

a cura di Stefano Taddei Critico d’arte e Curatore

Il culto della bellezza tormenta la nostra congiuntura. Non è una questione nuova ma resta il fatto che oggigiorno l’avvenenza modula copiosamente gli scambi sociali tra gli esseri. Certamente i social stanno poi veicolando messaggi continui di esasperata giovanilità, più d’immagine che di sostanza. Siamo infatti un mondo che vuole proporsi “ giovane “ ma risulta ampiamente decrepito. Ersilia Leonini cerca e trova la bellezza oltre i soliti canoni che sembrano guidare la società attuale. Le sue rappresentazioni di esseri umani infatti vanno oltre la consueta magnificazione fascinosa. Le personalità immortalate hanno infatti una complicatezza esistenziale che si manifesta nelle esemplificazioni aggiuntive presenti nelle differenti opere. In tali esemplificazioni viene perciò evidenziato come la bellezza non sia una cosa facile, anzi, nella parte meno evidente della persona possono esserci delle vere perle. Non è facile, non solo oggigiorno, farsi portavoce di una tale complicatezza della visione. Tutto infatti sembra semplice e facile, pure la bellezza. L’avidità di questa visione è respinta da Ersilia Leonini. I soggetti sono consci di dover affrontare lo sguardo dello spettatore e non temono tale confronto.  Paiono consapevoli della propria bellezza. La ricerca di una perfezione non d’immagine porta poi l’autrice ad usare un filtro d’approssimazione di visione che amplifica lo sforzo immaginifico riposto nell’osservatore. Tali personificazioni infatti si muovono nell’alveo del non riscontrabile, vero fulcro estetico ma anche etico che ci fa muovere nella vita consona del tempo attuale. Il fondo di tali opere è un rimando a questa manifestazione continuamente in essere di intrecciare visioni ulteriori. Tale mossa estetica è consona al fatto che la rappresentazione non abbia mai una traccia da seguire pedissequamente. Il filtro dell’ironia attraversa anche queste composizioni, senza però essere il viatico primario. Infatti nelle varie situazioni immortalate rimane ben presente anche la sofferenza, segno evidente che la vita non è mai un unico apparire ma si riempie di tante vicissitudini. Mettere quindi insieme tanti elementi, far percepire un sentore di apertura totale al vivere sono tutti impliciti fenomeni che si possono riscontrare nell’operare di Ersilia Leonini. I soggetti non si rifanno ai codici visivi da social della contemporaneità. Propongo un differente esserci, certamente più consono ad un vivere che non fa della bellezza stereotipata l’unica ragione dell’apparire. Nell’ordinario quindi si possono trovare quei frammenti del vivere che fanno la bellezza di un esistere. Tale fascino non deriva solo dallo sguardo dell’altro che sovente non ci (ri)conosce. Può essere una propria visione che lasciamo ad un prossimo che deve sostenere il nostro sguardo verso di lui. Questo è sostenuto da Ersilia Leonini nelle sue opere in mostra. Ci vuole perciò uno sguardo degno per penetrare certi mondi che ci appaiono davanti. In un mondo che ha perso ogni ritegno alla visione dell’altro.

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NELL’OCCHIO DEL MIRINO

a cura di Francesca Baboni Critico d’arte e Curatore

La storia del ritratto parte da molto lontano. Fin dall’antichità difatti i signori di corte amavano farsi ritrarre come omaggio alla loro bellezza e magnificenza. L’idea di bellezza si è poi modificata nel tempo raggiungendo livelli di estetismo edonistico all’eccesso come negli ultimi anni. Il concetto di bello appare nella società contemporanea ossessionata dal giovanimento senza fine, come perfetto e quasi dis-umano. Ersilia Leonini lavora al contrario, pur utilizzando l’antica pratica della pittura ad olio, fagocitando una percezione differente dal punto di vista estetico e giocando su una ritrattistica non scevra da simbologie nascoste. La dimensione che sceglie difatti è meditativa, riflessiva, richiama un pensiero archetipico che va oltre l’idea stessa di bello anzi lo elimina del tutto perchè ciò che interessa è altro, una dimensione ulteriore. La pittrice rappresenta difatti la nudità senza velleità iperrealistiche ma con una forza intrinseca ancestrale che non differenzia gli uomini dalle donne, con una crudezza naturale che induce comunque una certa dose di solidarietà e di affezione. Le sue figure magrissime al limite dell’anoressia o di età avanzata, che esigono di essere guardate pur non corrispondendo ai canoni abituali, e non si vergognano dei loro segni di espressione causati dal tempo, delle loro cicatrici e corpi disfatti dall’inesorabilità della vita,  intendono volutamente turbare chi osserva, come si vede bene nel gesto dell’esporsi con una fierezza fisica che non è mai sfacciata ma vuole imporsi nell’essere accettata della donna dell’opera Due sedie, nella quale la figura femminile si mostra integralmente senza vergogna fissando chi la guarda o come in Gianni e Bo Becker, dove i protagonisti maschili seduti su di una sedia si espongono crudi allo sguardo altrui senza remore di sorta. La stessa artista si ritrae in Kenzia con soltanto una pianta in mano e il volto oltremodo compreso in una serietà che non crea distanza emotiva con chi osserva, al contrario cerca un dialogo esteriore, che supera i confini del quadro stesso. Ma non è solo questo. Nell’intervallo temporale dell’osservazione si aggiunge il caos dello sfondo alla visione. L’artista si diverte talvolta a sporcare i fondi e a giocare posando ironicamente topi sulle teste e altri oggetti che creano uno straniamento e spaesamento visionario, come i manichini che si affiancano agli umani a guisa di automi inquietanti e particolari nature morte nell’opera Topo. L’immagine viene talvolta rielaborata ma rimane sempre nell’opera una parte oscura, una sorta di vedo-non vedo per cui la rappresentazione non è mai una raffigurazione a tutto tondo ma rimane volutamente approssimativa per lasciare spazio alla libera interpretazione e all’immaginazione di chi guarda. Le immagini difatti si rincorrono in modo conturbante, unendo assieme molteplici elementi, sogni, fantasie, case, poltrone, con modelli e modelle sempre presi dal vero che in alcuni casi tendono a sdoppiarsi (Abbraccia il tuo bambino interiore).   

L’umanità di Ersilia Leonini è dunque granitica e dignitosa e non ha smesso di combattere contro le brutture della vita, sia che siano problemi psichici o esistenziali, ma si dibatte nel volere esprimere una libertà di sorta che supera gli stessi generi sessuali e va oltre il comune sentire.

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RECENSIONE CRITICA

di Roberta Fiorini Critico d’arte e Curatore

Artista decisamente non convenzionale, Ersilia Leonini viene da un percorso formativo che già sovverte le regole giungendo alla dimensione figurativa di oggi dopo l’esperienza dell’astrazione geometrica quanto della sperimentazione materica e non viceversa. Così appare anche dalle sue scelte tematiche nelle quali, fino a poco tempo fa, prevalevano i nudi di soggetto maschile piuttosto che femminile. Il suo realismo diviene infatti una sorta di metalinguaggio, più incline alla dimensione psicologica che a quella dell’oggettività e della concretezza. I suoi personaggi, ritratti prima fotografici e poi ri – e de – strutturati pittoricamente, così veri da forare il quadro eppure vanno oltre la narrazione della propria vicenda umana come dimostrano le ambientazioni ed i “fondali” scenici nei quali l’artista espande la narrazione a stratificare memoria personale e comunicazione di massa, con la libertà di recuperare in certe valenze gestuali e materiche il proprio background culturale ed esperienziale ma con la consapevolezza anche di suscitare un impatto visivo spesso disorientante. E del resto, come lei stessa dichiara, ciò che intende provocare è piuttosto un’emozione estetica prima che una riflessione filosofica o concettuale.

Ersilia Leonini is definitely an unconventional artist, whose educational path subverts the rules: She reached the present figurative dimension after the experience of geometrical abstraction as well as of material experimentation and not the other way around. This is also the feature of her thematic choices, where male rather than female nudes prevailed till a short time ago. In fact, her realism becomes a sort of metalanguage, which tends more to the psychological dimension than to the dimension of objectivity and concreteness. Her characters, which are photographic portraits re- and destructured in paintings, are so real as to have a natural presence and yet they go beyond the narration of their individual story. This aspect is demonstrated by the settings and the scene “backdrops”, where the artist expands the narration and stratifies personal memory and mass communication. In this way, she feels free to recover her cultural and experiential background in a certain gestural and material significance, but she is also aware to produce an often confusing visual impact. In fact, as she affirms, she wants to arouse an aesthetical feeling more than a philosophical and conceptual reflection.

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RECENSIONE CRITICA

di Giovanni Rossiello Gallery Curating EL Instructor

Non ci sono corpi nei dipinti di Ersilia, ci sono persone; non ci sono uomini o donne nei lavori di questa artista silenziosa e profonda, ci sono le anime della gente che lei conosce e rivela. Non compare la passione fugace di un approccio, ma il piacere pieno della conoscenza.

Solo pochi sono capaci di andare oltre uno sguardo banale, sono molti a confondere l’essere maschio o femmina con l’essere umano, tanto da spogliare l’altro in un letto di falsa apparenza. Solo pochi sono in grado di spogliare l’anima, di leggere gli altri come un libro che racconta ogni giorno un’emozione, una lacrima o un sorriso.

La parte più intima dell’altro la si prende ascoltandolo: si è nudi e sconosciuti, vestiti e fusi. La parte più intima dell’altro la si prende toccandolo in un punto che nessun altro avrà mai toccato così: la sua anima.

There are no bodies in Ersilia Leonini paintings, there are people; there are no men or women in the works of this silent and deep artist, there are the souls of the people she knows and reveals. These works don’t appear to be the fleeting passion of an approach, but the full pleasure of knowledge.

Only a few are able to go beyond a trivial look, many confuse being male or female with the human being, as to undress each other in a bed of fake appearance. Only a few are able to undress the soul, to read the other like a book finding new emotions everyday, such as a tear or a smile.

The inner most part of the other you take listening: you are naked and unknown, dressed and melted in. You take the innermost part of the other by reaching a point that no one else has ever reached before: the soul.

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RECENSIONE CRITICA

di Alessio Santiago Policarpo Critico d’arte e Curatore

La figura umana è ricreata dalla Leonini con oggettività, attraverso una pennellata nervosa e descrittiva; i suoi personaggi affrontano a viso aperto lo spettatore spiazzandone le attese, dando così scacco ai moralisti dell’estetismo: più che offrirsi alla contemplazione aggrediscono il nostro sguardo. In questa ricerca, dunque, la figura si impone, sprezzante, interrogativa o indifferente; la sua franca fisicità viene squadernata allo scopo di indurci a una presa d’atto: è una sciabolata contro l’ipocrita e uno stimolo per chi intende sondare l’umanità con maggior coraggio. Tali immagini, che non si riducono mai allo shock gratuito, sottendono un interrogarsi sul corpo, sulla sua esistenza sia fisica che energetica, nonché sul suo essere incapsulato nel gorgo del tempo, come suggerisce l’opera Tic tac tic tac del 2018, e al contempo un consegnarsi alla coscienza dell’entropia: l’ineludibile consumarsi di ogni energia e forza fisica, un destino che la pittura della Leonini esorcizza eternando l’immagine delle persone ritratte.

Nel quadro del 2019 la figura è totalmente libera: i capelli, infatti, sono sciolti e la braccia aperte, appoggiate su due sedie a dichiarare che è esclusa una contemplazione disimpegnata o passiva, giacché la figura stessa è stante e senza falso pudore. Rifiutando di sedersi, si erge come identità; esige qualcosa di superiore al mero “guardare”.

È il corpo stesso, nella sinergia di carne e di pulsione interna, ad essere mezzo formale e semantico della pittura. Una simile visione è tesa a forgiare una corazza dietro cui si cela la vulnerabilità umana, che la Leonini tenta – tramite uno processo ‘terapeutico’ – di tramutare in potenza e in ribellione nei confronti di ogni vacuo conformismo.